Città e Paesaggi, Cultura

Modena, la città con la musica nell’anima

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Modena è la città nel cuore dell’Emilia, dove la musica giace nel suo animo da secoli, divenendo la patria della lirica e dei grandi maestri del canto. Se ci lasciamo trasportare dalla melodia e dalla musica lirica, Modena rappresenta uno dei più importanti patrimoni culturali legati al Bel Canto. Modena è la patria di Luciano Pavarotti, uomo straordinario che ha conquistato le scene mondiali della musica lirica con la sua vocalità e il suo carisma. Doti che rendono un uomo straordinario, non solo nella vita professionale.

Tra le vie di questa città, con la sua torre Ghirlandina e la sua Piazza Grande si può assaporare una tradizione canora e musicale che è possibile trovare solo qui e in nessuna altra parte del mondo.

Modena ha dato i natali a importanti personalità della musica lirica, come Luciano Pavarotti e Mirella Freni, le cui vite si sono intrecciate in più occasioni, a partire dai tempi dell’infanzia quando entrambi erano semplicemente Mirella e Luciano, due bambini modenesi del baliato della manifattura tabacchi, un’istituzione vera e propria per quei tempi.  Un pezzo di storia di Modena che raccoglie il vissuto di tante donne modenesi che con il loro duro lavoro hanno scritto un importante capitolo nella vita della città.
Non può essere una casualità che una cittadina come Modena possa raccogliere una storia così ricca di personaggi illustri legati alla musica, come Arrigo Pola, il pianista Leone Magera per citarne alcuni. Un patrimonio culturale che non si costruisce nella casualità fortuita degli eventi, ma credo che esso rispecchi le radici culturali di un popolo e dei suoi avi che per motivi ambientali e sociali hanno fatto emergere l’anima più intima dell’uomo, quella legata alla musica.

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Modena si sta preparando per celebrare il decimo anniversario del suo cittadino illustre e grande maestro Luciano Pavarotti. Per l’occasione è stato realizzato un programma di eventi e manifestazioni al cui centro c’è l’amore per la lirica e per la musica nella sua accezione più sublime. Un’arte meravigliosa che trova a Modena un viaggio sentimentale nella cittadina di Pavarotti.

Gli eventi iniziano il 5 settembre fino al 12 ottobre, il giorno della nascita del tenore.

La celebrazione inizierà con la Messa da Requiem in Duomo il 5 settembre.

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Il 5 ottobre al teatro Comunale di Modena saranno festeggiati i 130 anni della Corale Rossini, il coro nel quale il giovane Pavarotti vi cantava insieme al papà Fernando, poi l’8 ottobre il maestro Leone Magiera, che per decenni ha accompagnato Pavarotti in tour (e ha curato anche gli eventi modenesi del decennale), sarà protagonista di un incontro con i critici Alberto Mattioli e Angelo Foletto. Il 12 ottobre, ancora al Comunale, il concerto degli allievi di Mirella Freni e Raina Kabaivanska, altre glorie modenesi della lirica. Lo stesso giorno potrebbe anche essere ‘scoperta’ la statua dedicata a Pavarotti, donata dal Comune di Pietrasanta e realizzata dallo scultore Stefano Pierotti.

Città e Paesaggi

Il mondo piccolo della Bassa Emiliana

Ecco il paese, ecco il piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell’Italia del Nord. Là in quella fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, fra il Po e l’Appennino. Nebbia densa e gelata l’opprime d’inverno, d’estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente e qui tutto si esaspera. Qui le passioni politiche esplodono violente e la lotta è dura ma gli uomini rimangono sempre uomini e qui accadono cose che non possono accadere da nessun’altra parte“.

Così inizia il primo episodio del film Don Camillo. Un personaggio nato dalla penna di Giovannino Guareschi, uno straordinario scrittore che ha saputo mettere nero su bianco lo spirito della Bassa Emiliana. Lui nato proprio in quelle terre, a Fontanelle di Roccabianca (PR), ha rappresentato con sublime ironia ed eleganza le peripezie tra il parroco e il sindaco di questo mondo piccolo. Un mondo, che per chi non lo conosce, non è facile da penetrare e da cogliere. Sono luoghi dove l’acqua, il fiume, la pianura che si estende a perdita d’occhio, rappresentano i protagonisti di un’anima paesana che rende questa parte di Pianura Padana suggestiva e malinconica. Non importa sapere se parliamo della provincia modenese, reggiana, parmense o ferrarese, quando si tratta di Bassa è quella Emiliana, perché la sua identità non ha confini di provincia.

In questo racconto vorrei parlare dell’opera di Don Camillo, per chi come me, vede racchiusi in quei personaggi, ricordi e nostalgie accumulate nella propria mente. È incredibile come questi racconti, scritti sul finire degli anni 4o, riescano a riportarci verso le nostre radici, verso il sogno con cui sempre riviviamo l’appartenenza alla nostra terra.

Sentimenti che affiorano e che ci emozionano, episodio dopo episodio, nonostante la trasposizione cinematografica, sia filtrata dall’idea che il regista aveva della bassa. Brescello è il paese scelto da Julien Duvivier, poiché ben si adattava alle riprese.

In realtà la bassa è quel piccolo mondo, che racchiude il carattere di una comunità che nel mio caso, ho potuto assaporare e vivere fin da bambina, forse è per questo che sono così legata a questa melodia paesaggistica.

Ho potuto gustare la libertà girando per le strade bianche vicino alla casa di campagna dei miei zii, scoprendo che la vita del paese aveva il suo fulcro intorno alla piazza, circondata da piccole case dai colori pastello, mentre di sera dalla campagna circostante, si sprigionava un profumo di pomodori e anguria che qui trovavano il loro ambiente ideale.

Ricordo come l’orizzonte fosse senza fine e come d’estate una casa nella vastità della campagna, al tramonto potesse essere illuminata dai raggi, diventando come una stella nella penombra del campo di grano. Qui il cielo sembra grandissimo, forse è per questo che ogni volta che andavo a trovare i miei zii, provavo un tale senso di  tranquillità, che non ho mai vissuto altrove.

Provo gratitudine e anche un profondo orgoglio nel sapere che gli episodi di Don Camillo sono diventati un capolavoro letterario anche al di fuori dei confini nazionali.

Busseto (PR)

Era il 1948 quando è uscita la prima raccolta con il titolo Don Camillo e il libro ha avuto fin da subito un grande successo. È stato tradotto nelle principali lingue, ma non solo. Ha raggiunto anche i Paesi più insoliti come il Giappone, il Libano, la Grecia, la Turchia, la Svezia, l’Ucraina, gli Stati Uniti, così come è stato tradotto in bulgaro, russo, ucraino e vietnamita per emissioni radiofoniche ad opera della BBC. Sono state vendute circa 20 milioni di copie in tutto il mondo, oltre a diverse dediche che sono state fatte al personaggio Don Camillo, come ad esempio un lambrusco e un soprabito da donna.

Ma torniamo a quel piccolo mondo, dove il sole in estate picchia martellate sulla testa della gente e dove la nebbia densa e gelata lo avvolge d’inverno.

La bassa emiliana è come uno di quei luoghi che ricreiamo nella nostra mente attraverso ricordi ed emozioni, raggiungibile ogni volta col pensiero. Possiamo sentirne i profumi, il caldo afoso e la nebbia che scende d’inverno cancellando il paesaggio, mentre tutt’intorno è silenzio.

Ci sono un paio di frasi che mi hanno colpito particolarmente nel libro che racconta la vita di Guareschi attraverso la voce dei figli: “ Sempre mi sta nel cuore il mio paese”. “Mai dimenticherò quei luoghi cari dove trascorsi la mia più tenera età, i miei compagni, la casa abbandonata (…) il piccolo cimitero dove sono sepolti i miei nonni (…)”.

Frasi semplici che racchiudono un grande significato per chiunque di noi abbia nel suo immaginario i luoghi d’infanzia, quelli della spensieratezza e delle forti emozioni.

La Bassa, raccontata da Giovannino Guareschi in Don Camillo, si trasforma in una passeggiata nei ricordi, in cui emergono i particolari e le sfumature di un territorio dove il fiume (non importa quale esso sia), la vasta pianura argillosa, la nebbia fitta, il sole rovente, le strade strette dagli argini,  sono i protagonisti di scenari di vita di quel piccolo mondo emiliano che ci riporterà in quel passato che ci ha preparato per il nostro presente.

Città e Paesaggi

Roncole Verdi, un viaggio nel tempo

Casa Natale Giuseppe Verdi

E’ una domenica mattina di primavera. Il sole, con i suoi raggi, inizia a scaldare i paesaggi su cui sovrasta. Il cielo è di un azzurro particolarmente intenso e l’aria profuma di erba appena tagliata. Decidiamo di trascorrere una giornata alla scoperta di un altro scorcio d’Emilia. Non sappiamo quale sarà la nostra meta, quale sarà il punto d’arrivo, ma vogliamo assaporare il viaggio, facendoci guidare dall’istinto.

Il vagabondare è il sentimento che più ci rappresenta in questa giornata e che ci invita a scoprire un piccolo paese della bassa parmense: la terra natale di Giuseppe Verdi.
Siamo a Roncole di Busseto, quasi inaspettatamente. Quanti di voi lo conoscono? Noi, se non per il suo legame con il Grande Maestro Giuseppe Verdi, non l’avevamo mai visitato prima. Roncole Verdi è un piccolo paese della bassa parmense, a pochi chilometri dall’uscita di Fidenza (Autostrada A1).

Ci sono luoghi che hanno un fascino particolare e che ci ricordano sensazioni e stati d’animo che appartengono alle nostre radici. Ci guardiamo intorno e vediamo che il centro della scena si svolge in questo breve tratto di strada dove si trova la casa natale di Giuseppe Verdi.

Roncole Verdi

La piccola piazza, la chiesa con il suo campanile, il giardino di fronte alla parrocchia, il bar, il ristorante e la casa di Giovannino Guareschi, altro personaggio memorabile per i suoi racconti dedicati al “borgo” con i celebri personaggi di Don Camillo e Peppone, sono gli attori principali di questo paesino della bassa.

Giovannino Guareschi

Tornando alla casa natale di Giuseppe Verdi, ci appare come una semplice costruzione rurale, perfettamente intonacata all’esterno e con dettagli costruttivi e ornamentali in bella vista. La data di nascita è scolpita sulla facciata principale della casa, mentre sul lato sinistro si trova un vecchio pozzo e davanti una piccola corte dove è stato posizionato il busto del grande compositore. La casa è stata costruita nel XVIII secolo e venne affittata alla famiglia Verdi per la gestione di una osteria, alla quale vennero aggiunte una rivendita di generi alimentari, una stazione di posta, una cantina e una locanda.

Esterno Casa

Qui si respira l’amore per la musica per uno dei più celebri compositori mai esistiti. Entriamo per visitare la casa. Siamo veramente curiosi di sapere come vivevano in quegli anni e come il grande maestro ha trascorso la sua infanzia.

Veniamo accolti dal personale addetto che ci fornisce un iPad. Si proprio così, la tradizione si unisce alla tecnologia. La visita è anche virtuale, grazie ad un programma di simulazione possiamo rivivere con immagini, suoni e dialoghi la storia di Giuseppe Verdi, nel luogo in cui tutto ha avuto inizio: il 10 ottobre 1813. Il racconto multimediale viene affidato alla voce di un bambino, il giovane Verdi.

Giuseppe Verdi

Le stanze si alternano una dopo l’altra. Seguiamo il tragitto suggerito dall’iPad e ci soffermiamo con la mente a quegli anni. Vale sicuramente la pena di trattenersi nei diversi scenari di questa storia, lasciando che la nostra immaginazione ricrei fotogrammi della vita trascorsa da Verdi. L’osteria, la rivendita di Carlo Verdi, la camera da letto, lo studio con i libri contabili e la spinetta del Maestro.

Casa Natale Verdi

Ben  200 anni ci dividono da quella data impressa sul muro esterno e tante cose sono cambiate, apparentemente. E’ come se ci fosse un ponte invisibile, che tiene legato il passato al presente. Andare a Roncole e visitare la casa natale di Giuseppe Verdi è come un viaggio nel tempo. Un luogo che ha visto mutare il suo volto, ma nel mutamento ha saputo conservare la sua gloria.

 

Città e Paesaggi

Il portico: l’identità di Bologna

In Emilia ci sono due aspetti ricorrenti in tutte le sue città, da Piacenza a Ferrara. La bicicletta e i portici. Noi emiliani amiamo andare in bicicletta, la usiamo per andare a scuola da ragazzini, da adulti per andare al lavoro e quando usciamo con gli amici. Ma questa storia non vuole essere un racconto sull’uso della bicicletta in Emilia, ma sulla presenza di sua maestà il portico. Un elemento architettonico che ritroviamo nei centri storici delle città. E’ una presenza a noi talmente familiare, che fa parte del paesaggio, come il sole e la luna brillano in cielo.

Portico Santuario M. di S. Luca - Bologna

C’è una città in particolar modo che racchiude in sé una varietà infinita di portici oltre a possedere quello più lungo al mondo. La città è Bologna, il nostro capoluogo di Regione, dove è nata la prima università del mondo occidentale e dove il buon cibo regna sovrano.

Copia di Portico P.za S. Stefano - Bologna

Passeggiare per le sue vie è come visitare un museo a cielo aperto. I portici sono un elemento che la rendono una città unica  al mondo, anche il famoso scrittore francese Stendhal si innamorò di Bologna e dei suoi portici, tanto che scrisse in uno dei suoi romanzi: “Sovente, alle due di notte, rientrando nel mio alloggio, a Bologna, attraverso questi lunghi portici, l’anima esaltata da quei begli occhi che avevo appena visto, passando davanti a quei palazzi di cui, con le sue grandi ombre, la luna disegnava le masse, mi succedeva di fermarmi, oppresso dalla felicità, per dirmi: Com’è bello!”.

Tempo libero

Il profumo e l’atmosfera del Natale

Natale Modena

L’8 dicembre è ormai passato, il giorno in cui tutto ha inizio, secondo la tradizione. L’albero e il presepe finalmente riprendono il loro posto all’interno delle nostre case. I profumi e l’atmosfera di questi momenti di gaudio, sono indelebili nella mia mente. Il tempo scorre inesorabile e mancano pochi giorni al Natale. Per un momento ritorniamo tutti bambini, ci abbandoniamo ai nostri ricordi, quando le giornate erano felici e spensierate e il Natale era un momento magico da preparare con cura.

All’inizio del mese di dicembre il calendario dei mercatini si fa ricco di avvenimenti. Girovagare per casette di legno allestite per l’occasione o per banchi colorati e variopinti, è un vero divertimento. Come mi piace trovare chincaglierie di ogni genere, accompagnati dalle luci della città decorata a festa, è una sensazione magica.

Mercatino

I mercatini dell’artigianato sono quelli che preferisco. Mi piacciono le cose fatte a mano, che esprimono la maestria nella manualità e l’unicità di ciascun pezzo, mai uguale all’altro. A Modena ci sono diversi mercatini che si alternano, ma durante le giornate che precedono il Natale, il centro storico si trasforma in uno splendido crocevia di luci che disegnano atmosfere invernali.

La nebbia, che in queste sere d’inizio inverno ha fatto la sua apparizione, ha reso il paesaggio e la città ancora più magica e a tratti gotica, quello spirito natalizio che mi richiama alla mente il meraviglioso A Christmas Carol di Charles Dickens.

 

Città e Paesaggi

L’animo romanico della Pianura Padana

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C’è un luogo nel cuore della Pianura Padana, lontano dalle classiche rotte turistiche, un piccolo paese a una decina di km da Modena, che custodisce grandi tesori, il suo nome è Nonantola. Un insolito viaggio che esprime la bellezza di un territorio poco conosciuto, capace di raffigurare un’architettura dell’antico e trasmettere scenografie di emozioni con i suoi palazzi storici, la sua abbazia, il suo museo e le sue ville d’epoca.

L’aria è fresca, siamo nel pieno dell’autunno e le chiome colorate degli alberi, ci accompagnano nella nostra visita. Per poter comprendere la storia di questo comune, dobbiamo addentrarci nelle vie del centro. Il centro storico si presenta come un dipinto. Il nostro sguardo viene catturato da un bellissimo palazzo dalle linee sette-ottocentesche: la Residenza Nuova della Partecipanza Agraria di Nonantola, sede del Comune fino al 1898.

Percorriamo la strada principale del centro storico, Via Roma, dove possiamo osservare alcuni palazzi di bella fattura tra cui spicca Palazzo Previdi. Siamo nel cuore del borgo, nella piazza Caduti Partigiani, dove sorge il complesso dell’antico monastero che testimonia, l’articolata struttura dei centri monastici. L’elemento centrale è l’Abbazia di San Silvestro, uno dei più significativi esempi d’arte romanica del Nord Italia insieme al Duomo di Modena.

Il suo splendore risiede anche nelle sue enormi dimensioni, nella sua serenità incolore e nella sua austerità.

Una struttura imponente suddivisa in tre navate che incanta per la sua maestosità. La chiesa abbaziale nel passato rappresentava il cuore religioso e centro culturale dell’Europa medievale. Proprio così, in un piccolo paese di provincia immerso nella Pianura Padana, si possono ammirare 1300 anni di storia e di arte, un patrimonio emblema di epoche passate.

Fin dalla sua edificazione e fino al periodo della nascita dei Comuni, l’Abbazia ha goduto del favore degli imperatori, in particolare durante il regno di Carlo Magno e dei Carolingi. All’esterno la facciata è dominata dal protiro, retto da due colonne su leoni stilofori, e fa da cornice allo splendido portale di Wiligelmo. Una volta varcato il portale veniamo sopraffatti da quel senso di sospensione, di vastità che l’abbazia ha il potere di emanare. Rimaniamo colpiti dall’interno, che si manifesta solenne e austero nella sua semplicità, ritmato dai possenti pilastri che convergono verso l’altare maggiore (XVI secolo) dedicato a San Silvestro. Fermati, rifletti e ammira è così che questa antica abbazia continua a suggerirci e ad esortarci.

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Il suo splendore risiede anche nelle sue enormi dimensioni, nella sua serenità incolore e nella sua austerità.

La chiesa è stata luogo di pellegrinaggi, essendo uno dei maggiori centri monastici d’Europa e custode di reliquie fondamentali per l’ecumene cristiano, come l’Insigne Reliquia della Santa Croce, e quelle di sette santi: i Papi Silvestro I e Adriano III, l’abate fondatore Sant’Anselmo, i martiri Senesio e Teopompo e le vergini Anseride e Fosca. La forte presenza spirituale sembra dilatarsi e avvolgerci sotto questo enorme tetto, ma l’Abbazia è nota anche per aver dato un’impronta indelebile all’organizzazione sociale e culturale dell’epoca.

Ci lasciamo guidare dal nostro stupore e giungiamo alla cripta, dove le sue 64 colonnine di pietra antica sembrano levigate dall’intensità del trascorrere dei secoli. Le luci e le ombre cambiano quasi fosse viva e qui la voce dell’abbazia si fa potente e regale. Non c’è un solo centimetro di queste mura che non ci parli dei suoi tempi gloriosi.

Un viaggio dell’anima che si conclude con la visita al Museo Benedettino inaugurato nel 2000 durante il Grande Giubileo. Questo è un luogo unico al mondo per la presenza di opere d’arte di fama internazionale. Il suo fulcro è rappresentato dalla sala della Reliquia della Santa Croce (X sec.), una dei maggiori frammenti del legno della croce di Cristo riconosciuti dalla Cristianità, che insieme ad altre opere straordinarie, contornate da un suggestivo allestimento, danno vita alla sezione del Tesoro Abbaziale:  il Braccio reliquiario di San Silvestro I Papa (1372), la stauroteca a doppia traversa con Costantino ed Elena (XI-XII sec.), la cassetta reliquiario argentea contenente le calotte craniche dei martiri Senesio e Teopompo (XII sec.), la cassettina in avorio (XII sec.), e i rarissimi sciamiti bizantini ritrovati fortuitamente nel 2002 in una nicchia nel muro dell’Abbazia (IX-X sec.), considerati dagli storici dell’arte una delle rarissime testimonianze tessili superstiti al mondo.

L’immenso patrimonio storico-culturale prosegue negli splendidi codici medievali provenienti dallo scriptorium monastico: l’Evangelario di Matilde di Canossa (XI sec.), il Graduale o Cantatorio, antico codice musicale contenente le melodie gregoriane (XI sec.) e l’Acta Sanctorum (XII sec.).

Un’ampia sezione è infine dedicata alle pergamene dell’Archivio storico Abbaziale, il più ricco di pergamene dopo quello vaticano. Qui troviamo il diploma con il monogramma di Carlo Magno, di Ludovico il Pio, di Carlomanno, di Carlo il Grosso, di Lotario, di Ottone I e diverse pergamene come quella siglata da Matilde di Canossa, da Federico Barbarossa, e dall’Abate nonantolano Gotescalco che ha dato origine alla Partecipanza Agraria.

Il nostro viaggio è giunto al termine. Ogni momento vissuto in questo borgo di pianura è stato un’esperienza preziosa. Un microcosmo infinito che abbiamo catturato nella nostra mente, come un obiettivo fotografico, dove la semplicità del vivere quotidiano s’incontra con la magnificenza dell’arte e della storia d’Italia.

Città e Paesaggi, Storia e Territorio

Viaggi d’estate a Lizzano in Belvedere

E’ una calda estate, una di quelle in cui si sente il bisogno di lasciare l’afa della città per trovare un po’ di refrigerio verso la montagna. La nostra si prospettava essere una gita di qualche giorno, un breve soggiorno che si organizza guardando su internet luogo e località da scegliere, in cui trascorrere un po’ del nostro tempo. L’istinto, questa volta ci ha portato a Lizzano in Belvedere, un piccolo paesino montano nell’Appenino bolognese, all’interno del comprensorio del Parco Naturale del Corno alle Scale.

Tante volte avevo sentito parlare di Lizzano in Belvedere, di Vidiciatico e di Porretta Terme. Ricordo, come se fosse ieri, quando ai tempi degli studi a Bologna, correvo in stazione dei treni per rientrare a casa dopo la giornata trascorsa all’università e vedevo puntualmente sul piazzale ovest della stazione il treno per Porretta Terme. Non so per quale motivo la mia mente cominciava a fantasticare su quel luogo, forse per il suo nome o forse perché ne avevo sentito parlare in famiglia, ma mai avevo avuto l’occasione di vedere con i miei occhi quella parte d’Emilia.

Il nostro viaggio alla scoperta della provincia montana di Bologna aveva avuto inizio proprio da quell’evocazione che era rimasta nella mia mente. Volevo scoprire quell’area a me sconosciuta e questa volta avevo deciso di prendere con noi anche le due cagnoline Vicky e Happy, che non appena salite in auto negli appositi trasportini, hanno compreso che qualche cosa di diverso le stava aspettando. Siamo partiti in tarda mattinata e anche se il weekend si preannunciava da bollino rosso per le arterie autostradali, noi abbiamo incontrato poche auto sulla statale che da Modena ci ha portato a Lizzano in Belvedere. Questa quiete ci ha permesso di poter osservare come il panorama stava cambiando di fronte ai nostri occhi, ma mano che salivamo verso il Parco del Corno alle Scale.

Le montagne si presentavano di un verde intenso, lussureggiante, dove il bosco di alberi ad alto fusto non lasciavano spazio ai calanchi. Il sole splendeva alto e invogliava ancora di più la scoperta di questo territorio che racchiude paesini montani di straordinaria bellezza.

Un racconto a cielo aperto fatto da chiesette con i loro campanili dall’architettura tipica del posto e da piccole borgate dalle case di pietra dove al passaggio si sente il profumo della legna che arde e i sapori di una volta.

Dopo circa un’oretta di auto siamo giunti a destinazione. Ecco, mi son detta tra me e me, sei arrivata a Lizzano in Belvedere!

Ad una prima occhiata, il paese mi era apparso quasi come familiare, il mio sguardo veniva catturato dalle case dislocate sul ciglio della strada principale. Le osservavo per coglierne le decorazioni floreali e l’architettura. Ora non dovevamo fare altro che arrivare all’albergo presso il quale avevamo deciso di soggiornare.
Avevamo scelto l’albergo Il Fondaccio, ci aveva colpito per la sua atmosfera calda e raffinata. Un albergo come quelli di una volta, dove il soffitto è in legno, a terra c’è il cotto e le finestre sono ampie e luminose, i cui scuri in legno verde, ricordano le vecchie case di campagna.

Una volta giunti in albergo, ci siamo resi conto che la scelta non poteva essere più azzeccata.

Una signora dall’accento bolognese ci ha accolto con grande cordialità e ci ha mostrato la nostra dimora per il soggiorno. Si trattava di una dependance, una piccola casetta in sasso, con un giardino e un meraviglioso terrazzamento sulla vallata. Non potevamo credere ai nostri occhi. Avevamo in fronte a noi uno spettacolo unico, capace di farci sognare ad occhi aperti e tutt’intorno c’era il silenzio. All’interno la casetta si presentava particolarmente accogliente per il suo animo agreste. Travi in legno e antiche tavelle a soffitto, mentre il cotto dei pavimenti mi faceva tornare alla mente la vecchia casa di campagna di Levizzano, dove ogni anno andavo a trascorrere i mesi estivi con la mia famiglia. Ma le sorprese non erano terminate perché all’interno della stanza regnava un bel camino, davanti al quale si trovavano due comode poltrone. Certo noi non avremmo mai acceso il fuoco, non ce n’era bisogno, essendo in agosto, ma la sua presenza rendeva la stanza ancora più originale e familiare.

Il nostro breve soggiorno si stava trasformando in un’esperienza memorabile, in cui si alternavano momenti di grande euforia a momenti di serenità.

Abbiamo trascorso pochi giorni in questa meravigliosa cornice dell’Appennino tra l’Emilia e la Toscana, ma ci siamo dati da fare per poter visitare i luoghi più caratteristici della zona a partire da Lizzano in Belvedere.

Lizzano era un paese molto importante negli anni passati, era considerato uno dei principali centri di villeggiatura dell’Appennino bolognese. Le cose sono cambiate nel tempo, oggi Lizzano si presenta come un luogo tranquillo, fatto dai suoi 2.250 abitanti e da turisti che cercano la tranquillità, la tradizione e la buona tavola, tra queste montagne e dedicarsi magari anche a lunghe camminate nei sentieri del Parco del Corno alle Scale o semplicemente rilassarsi, lasciandosi alle spalle il caos della vita cittadina.

Lizzano fa parte, come altri comuni, dell’Unione dell’Alto Reno che rappresenta un ente montano. Questi luoghi che sembrano essere così sconosciuti, sono al tempo stesso celebri per aver dato alla nascita il celebre scrittore e giornalista Enzo Biagi, originario di Pianaccio, un villaggio rurale che si trova a pochi km da Lizzano.

Le giornate sono trascorse via veloci e il tempo a disposizione ci ha permesso di visitare solo alcune delle attrazioni che avevamo scelto, tra cui Porretta Terme. La distanza da Lizzano è piuttosto breve, saranno all’incirca una 15ina di km. La strada è quella tipica di montagna, un vero spasso per chi piace guidare tra curve e tornanti, ma forse un po’ meno per chi preferisce le strade ampie di città.

La bellezza del paesaggio ci ha accompagnato insieme ai profumi di bosco e di erbe aromatiche, come la menta selvatica che rende l’aria particolarmente deliziosa.

Una volta giunti a Porretta Terme, abbiamo scelto il parcheggio che ci consentisse di poter lasciare l’auto senza limiti di tempo, perché non sapevamo quanto ci saremmo trattenuti.

Era domenica, la cittadina era in gran fervore, abbiamo notato una grande varietà di turisti che in quella mattina d’estate avevano deciso di visitare Porretta. Il centro storico con i suoi negozi e le sue vie tra antichi e nuovi edifici è sicuramente il cuore pulsante. In realtà c’era un altro aspetto che ci aveva colpito: i ponti sul fiume Reno e lo stesso fiume che scorre lungo la città e che è possibile costeggiare a piedi o in bicicletta. Per coloro che come noi sono piuttosto golosi, vi segnaliamo una piccolissima pasticceria di nome Corsini che si trova nel centro storico, dove potrete trovare la Tortina di Porretta. Un ricordo d’infanzia indelebile per tutti coloro che come me, non vedevano l’ora di fare merenda per poter mangiare questo dolce prelibato. Passeggiando tra le vie abbiamo trovato proprio il creatore della tortina,  è qui che è nato il dolce che ha fatto sognare migliaia di bambini.

I raggi del sole si facevano sempre più caldi, l’orologio segnava oramai le 12.00 e il brontolio allo stomaco, ci avvertiva che l’ora del pranzo era giunta.

Decidiamo di lasciare Porretta Terme e di dirigerci verso un’altra località, magari dove poter mangiare i nostri panini imbottiti con del buonissimo Prosciutto di Parma e Mortadella di Bologna. Un profumo da vera quolina usciva dalla nostra borsina per il picnic. Riprendiamo l’auto e ci rimettiamo in moto alla scoperta del Lago di Suviana. Un lago dai colori che vanno dal verde acqua al verde intenso, come proprio i laghi di alta montagna, circondato da una costa che in alcuni tratti permette anche la possibilità di scendere con le canoe. Tutt’intorno regnano alti alberi, meravigliosi abeti dai folti rami che rendono l’atmosfera ancora più surreale.

Qui è possibile prendere anche a noleggio lettini o fare una grigliata con gli amici o la famiglia nelle aree attrezzate che si trovano disseminate nella grande pineta. Finalmente troviamo il posto che fa al caso nostro in riva al lago e ci assaporiamo i nostri panini squisiti, fatti come una volta.
Rimaniamo qui seduti a contemplare il paesaggio davanti ai nostri occhi, per poterlo vivere e rivivere ogni volta che vorremo nei ricordi della nostra mente.

Ciao Lizzano, a presto.

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La Cavallerizza Ducale, un’opera d’arte

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È una mattina di primavera, una di quelle giornate in cui l’aria profuma di erba appena tagliata e sugli alberi cominciano ad intravedersi i primi fiori, quasi ad annunciare la fine dell’inverno e l’arrivo della bella stagione. Il nostro racconto ci porta tra le vie caratteristiche del centro storico di Sassuolo, una piccola città a cavallo tra la provincia di Modena e Reggio Emilia, che ha saputo conquistare una posizione di rilievo nel mondo, per il suo famoso distretto industriale legato alla produzione di piastrelle di ceramica. Tuttavia Sassuolo raccoglie sul suo territorio, non solo la tradizione manifatturiera, divenuta sinonimo di innovazione e alta tecnologia, ma porta con sé un importante patrimonio storico fatto di palazzi, giardini e dimore appartenuti ad epoche passate.

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Il tempo trascorre inesorabile, ma questi luoghi rimangono lì di fronte a noi, a testimonianza di un trascorso che oggi rivive nel suo splendore grazie all’amore della sua gente come la Cavallerizza Ducale, che ci appare quasi come d’incanto nel cuore della città a pochi metri dal maestoso Palazzo Ducale. Un’ opera straordinaria, che ci ammalia per il suo fascino e per la sua architettura sapientemente recuperata, dove lo spirito del passato convive con il moderno.
Decidiamo di entrare al suo interno, per scoprirne l’animo più segreto. Un viaggio che ci riporta ai tempi del Ducato degli Estensi quando governavano in questo lembo d’Emilia. La Cavellerizza Ducale è infatti stata realizzata fra il 1781 e il 1788 su volere del duca Ercole Rinaldo III per rimediare alle carenze di stalle e di alloggi per i Dragoni Ducali che seguivano la Corte Estense nel trasferimento alla reggia di Sassuolo. Questo edificio faceva parte della “Delizia Estense” insieme al Palazzo Ducale di Sassuolo e alle strutture circostanti, che rappresentavano la residenza estiva.

Dal punto di vista architettonico, la Cavallerizza si presenta conun’imponente copertura lignea a due falde sostenuta da 23 capriate, mentre sulla facciata nord sono presenti graffiti che facevano da quinta prospettica alla vista dal Palazzo Ducale della “Peschiera”, un’opera straordinaria e suggestiva per la sua identità. Un tempo era il “Teatro delle fontane”, dove si rincorrevano fino alla grande vasca dei pesci (la Peschiera) meravigliosi giochi d’acqua per il piacere della Corte e dei suoi ospiti, che si aggiravano sbalorditi fra le quinte rivestite di tufo e conchiglie, mentre sul fondale scenico si poteva vedere la “montagna estense”, da cui zampillavano le fontane e sulla cui vetta si trovava e si trova tutt’ora, l’Aquila Estense. Un simbolo nobile e di grande valore che identificava lo stemma del Ducato.

La storia della Cavallerizza purtroppo non è stata sempre gloriosa, poiché negli anni è caduta in uno stato di abbandono e degrado. Ora questa meravigliosa opera architettonica è tornata a nuova vita e oltre ad avere una funzione culturale e sociale, è divenuta sede elegante ed originale dello Studio Pincelli & Associati, che insieme all’Ing. Stefani, Presidente del Gruppo System, azienda di automazioni industriali, sono stati i protagonisti di questo ambizioso recupero iniziato nel 1991 e terminato nel 1998. Dietro a questa ristrutturazione, si cela una storia di passione e di amore verso Sassuolo. Un atto di rispetto e di grande attaccamento verso questa terra che occupa un posto importante nel cuore dei suoi benefattori, che attraverso il recupero della tenuta, hanno voluto, ridare dignità e magnificenza ad uno dei luoghi più suggestivi della città. Il restauro architettonico della Cavallerizza Ducale nasconde un aspetto di grande importanza: la volontà non solo di ripristinare vecchie mura e mattoni per una questione di decoro, ma il desiderio di ridare all’edificio la sua valenza sociale, diventando un riferimento nella vita degli abitanti di Sassuolo. La funzionalità che ha riacquistato l’opera la rendono parte integrante della scena cittadina in cui confrontarsi e riconoscersi.

Vorremmo che il nostro viaggio non finisse mai. Un po’ come quando voltiamo l’ultima pagina di un bel libro che ci ha appassionato ed accompagnato nella nostra avventura, allo stesso modo stanza dopo stanza, arriviamo al termine della nostra visita. Ci soffermiamo davanti alla Peschiera, vogliamo imprimere nella nostra mente questa straordinaria opera d’arte a cielo aperto che ci circonda con la sua storia, la sua natura e la sua cultura. La osserviamo attentamente perché vogliamo rivivere quell’epoca lontana e recuperare i segni del passato per accostarli al presente.
La Cavallerizza Ducale è un esempio emblematico di recupero architettonico, che racchiude in sé il moderno e l’antico. Una forma d’arte sublime che esprime la cultura del suo popolo e alla sua nuova identità di luogo vivo e funzionale.

Il sole splende alto nel cielo, ormai è l’ora di pranzo, le viuzze del centro, prima animate da un via e vai allegro, ora ci appaiono silenziose. È giunto il momento di incamminarci verso casa, con la consapevolezza di portare con noi il ricordo di un’esperienza a spasso nella storia, ma senza macchina del tempo, perché i ricordi ci portano nel passato e i sogni ci proiettano nel futuro.

Foto: Matteo Piazza

Arte, Città e Paesaggi, Cultura

Il profumo dei ricordi

Ricordi d’infanzia si trasformano come per incanto in musa ispiratrice, in un mondo da raccontare attraverso il quinto senso: l’olfatto. Così nasce la storia dei profumi di Terra Moderna 1955 di Daniele Cappello Riguzzi. Una storia che parte da lontano e che trova le sue origini in Emilia, nelle colline alle porte di Modena, più precisamente Castelvetro, quel piccolo borgo fatto di una manciata di case che si sviluppa tra le colline del Lambrusco. I profumi di Terra Moderna, raccontano attraverso le loro fragranze momenti che appartengono all’immaginario collettivo, memorie legate ad un territorio specifico come Rosso Zocca, Azzurro Adriatico, oppure la tradizione legata al processo produttivo del Lambrusco come Vinaccia Lambrusco.

L’eredità del vissuto si trasforma e diventa una fragranza che il suo creatore ha voluto racchiudere in pregiati profumazioni. La collezione è fatta da un numero limitato di riproduzioni ed è in continua evoluzione. Le emozioni che scaturiscono alla vista di un paesaggio, i sentimenti che riaffiorano alla mente sentendo un odore sono un’identità viva ed infinita che porta con sé una grande passione e arte della profumeria. La semplicità di indossare profumazioni così ricche di significato racchiude una profonda eleganza, ed è anche per questo che Daniele distribuisce i suoi profumi attraverso una selezione curata di punti vendita, che possano raccontare essi stessi la magia che si nasconde dietro a questo progetto imprenditoriale, che ha raccolto l’entusiasmo e la curiosità di un pubblico internazionale.

Una passione portata avanti con tenacia e che ha richiesto anche scelte di vita e cambiamenti da parte del suo creatore, il quale dopo aver lavorato per diversi anni come professionista in aziende di fama internazionale,  a 50 anni ha deciso di dare una svolta e di cambiare direzione, facendosi guidare dall’istinto e dallo spirito originale che lo contraddistingue.

TerraModerna nasce in Emilia, come a celebrare un legame indissolubile tra il suo fondatore e i luoghi della sua infanzia, dove il più umile degli odori può dare vita a ricordi legati al territorio. Daniele racchiude quell’emozioni  nei suoi profumi e attraverso la loro alchimia ci racconta la sua storia.

Foto:www.terramoderna55.com